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Pubblicato il 15 Ottobre 2015

RIFLESSIONI DI UNA GIOVANISSIMA SULLA STAGIONE TEATRALE AQUILANA

E’ autunno, cadono le foglie
e cadiamo anche noi.

Il cielo gocciola in strada l’umidore pungente dei primi temporali autunnali, quello stesso dei primi raffreddori.
Il passo della nuova stagione che avanza irrigidisce l’aria e i volti. E il quotidiano vivere, combattuto tra la malinconia uggiosa del cielo basso da una parte e lo splendore dei colori rinsaviti dall’acqua dall’altra, cambia la sua andatura per risvegliarsi in un nuovo anno (scolastico, universitario, lavorativo, perfino giudiziario).

Forse per reazione difensiva alla caducità della natura, forse per rifuggire il freddo, si accelera il ritmo nelle giornate assiepate di impegni.
Dal cambio di stagione negli armadi a quello delle playlist negli Ipod, sono tante le piccole "epifanie" che segnalano l’inizio di un nuovo capitolo nell’avvento dell’autunno.

Anche il TSA, nella conferenza stampa del 6 Ottobre, ha presentato alla cittadinanza la sua nuova stagione teatrale, sfoggiando il suo cartellone come un acero fa con la chioma più rossiccia.
Basta planare con un’occhiata volante tra gli abrégés degli spettacoli in programma per capire che, attraverso il tempo, le difficoltà e i mutamenti, il TSA ha saputo cambiare, affinché tutto restasse com’era.
Tra le risate di un Brignano e quelle di un Grand Guignol, tra la ricerca omerica dell’Odissea – il più grande viaggio dentro e fuori Nessuno – e la sfilata delle maschere dei Dubliners di Joyce, tra le maglie della poesia dell’esistenza di Brie, con la sua infaticabile dialettica di introspezione-osservazione, passando per la riflessione storica delle donne partigiane di "Tante facce nella memoria" e per quell’altra, atavica, proposta con i sette quadri di Adamo&Eva, la direzione dello Stabile fa correre un sottile filo rosso di fedeltà.
Fedeltà a quei suoi antichi, pochi e profondi principi (la sfida lanciata 52 anni fa) che cementificano le fondamenta di questo Teatro: l’onere e l’onore di rappresentare la società per aiutarla a crescere e trasformarsi, la volontà di "fare un teatro di idee" capace di migliorare le persone.

E questo vuol dire una cosa sola, tutt’altro che semplice: che, in barba all’impoverimento culturale che alligna la nostra "Epoca delle passioni tristi" e sottende la gran parte delle scelte economiche, sgomitando contro le metastasi della superficialità, della volgarità scadente, della banalità con cui tata-televisione ha viziato spettacoli e spettatori, metastasi che incancreniscono le forme artistiche piegandole a sottoprodotti d’intrattenimento gutturale, la nuova direzione del TSA ha saputo salvaguardare la sua mission : ha salvato lo specchio.

Quale specchio? Quello che fa funzionare il gioco del teatro: quello che, fragile e impercettibile, si alza dal boccascena e riflette il pubblico sul palcoscenico, creando così la rappresentazione.
Non c’è cosa più subdola e contraddittoria dell’azione scenica, che nel midollo della sua falsità diventa realtà pura.
Il teatro è la casa della Bugia: quel gioco mistificatorio che, nel ribaltare la verità, la palesa.
E la stessa struttura, con il pubblico al di qua del palcoscenico e gli attori al di là della platea è la suprema panzana del teatro: camuffa da spettacolo frontale e unidirezionale quel che invece è un dialogo corale, inter-attivo e partecipato.
Lo spettacolo non esiste di per sé; l’impresa teatrale non nasce solo dal lavoro delle singole maestranze (il produttore, il regista, l’attore, l’autore, lo scenografo, il tecnico…): se per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare teatro ci vuole il pubblico.
E’ l’osmosi, la comunicazione fra platea e palcoscenico a dar vita all’atto teatrale, che non esiste se non in relazione all’applauso, all’adesione o meno del pubblico.

Qui il dubbio nasce spontaneo, se dagli articoli pubblicati in merito alla conferenza stampa del 6 Ottobre emerge prepotente una nota dolente, segnalata direttamente dal Sindaco nel suo saluto d’augurio: la pesante assenza della Regione Abruzzo, che «assume un valore ed un significato molto esaustivo se letto nel dato complessivo del taglio alla cultura che la Regione sta operando».
Le difficoltà di intendere e coniugare, nel teatro, l’impresa economica con l’impresa artistica sono endemiche nella storia del TSA, e non poche volte la sua direzione si è trovata costretta ad esortare la Regione a riattivare quel fondamentale canale di collaborazione che spesso, ostruendosi, strozza e limita le possibilità del teatro.
Ma, in funzione di quell’imprescindibile osmosi che tra platea e palcoscenico applica una sorta di teoria dei vasi comunicanti, forse non basta che l’Ente teatrale disponga dei mezzi e delle finanze necessari: perché tutto funzioni è necessario il bilanciato equilibrio delle parti, e la deficienza del pubblico non è meno grave della penuria di risorse.

Forse non basta condividere il comune sdegno (disimpegnato) davanti alla fragilità delle istituzioni artistiche di una città che lotta contro i mulini per rivestirsi di cultura; forse sono ben altre le nostre responsabilità di pubblico.
Certo, bisognerebbe innanzitutto restaurare il significato della parola: intendere "pubblico" nell’accezione propria di "comune a tutti", "appartenente a tutti" e non nella moderna forma imbastardita di "né mio, né tuo, quindi di nessuno".

«La realtà è come la gente: cambia. La realtà muta. La gente no, non è muta. La gente parla. E si fa domande, tutti i giorni », questo l’incipit della descrizione che presenta Evolushow, lo spettacolo d’apertura di Enrico Brignano.
Allora, pubblico, cominciamo a porre ad alta voce le domande, con il coraggio di accettarne le risposte.
Rompiamo il silenzio omertoso che fin troppo distintamente lascia sentire i sinistri scricchiolii delle Istituzioni artistiche di questa città e che, nel freddo di questi tempi brumosi e bui per la cultura, regala odiosi brividi a chi con questi scricchiolii ci convive (e lavora) male:
Teatro perché? Teatro per chi?

Teatro perché sì. – Tautologico come ogni formula che risulti sempre vera, qualunque siano i valori di verità assegnati.
Perché, nonostante tutta l’evoluzione che l’umanità asserisce di aver compiuto nei suoi ultimi due-tre giorni di vita, dalla notte dei tempi il teatro continua ad essere uno strumento necessario per la persona, vitale per la società, che "continua ad esistere nella trasmissione e nella comunicazione", perché "vi è un legame più che verbale fra le parole comune, comunità e comunicazione. Gli uomini vivono in una comunità per virtù delle cose che possiedono in comune. E la comunicazione è il modo con cui sono giunti a possedere delle cose in comune" , come insegna il John Dewey di Democrazia e educazione, rimarcando così l’obiettivo del teatro dichiaratamente educativo e pedagogico.
Perché la maschera dell’attore smaschera la persona, e il suo costume, la finzione scenotecnica in cui si muove e la pantomima che recita sono artifici che svelano la natura delle cose e delle situazioni.
Perché, come ci farà capire Brignano tra i sorrisi amari, viviamo di domande affamate di risposte, e, lungo la chilometrica strada della nostra ricerca che va dalla semiotica dei Miti di Barthes fino agli aforismi che costellano facebook, il teatro è la piazza dello scambio di idee, la palestra di discussione sui temi più vivi e sentiti.
Perché abbiamo un enorme bisogno di questa piazza, noi che, con il freddo dentro, ci rintaniamo in case chiuse, piccole abitudini, relazioni in differita, convivi protetti, emozioni elettroniche più che elettrizzanti.
Perché il teatro, atto collettivo e partecipato, può rompere il sacchetto monodose che ci isola e preserva sempre più ermeticamente da quando ci fingiamo più social.

Teatro per tutti.
Per i bambini, maestri dell’apprendimento, limitati e castrati nel fruire solo delle arlecchinate bambineggianti, come direbbe Rodari.
Per i ragazzi, che si allontanano dal teatro smarrendosi nello iato che per troppi anni distanzia gli spettacoli per bambini dagli spettacoli per bacucchi.
Proprio quei ragazzi che, analfabeti di emozioni, hanno un disperato bisogno di mezzi di espressione – magari positivi, magari catartici, magari intelligenti.
Quei ragazzi che abitano confusi, disorientati, disgustati un corpo che non sembra appartenergli e che invece, magari, potrebbero imparare a muoversi e accettarsi, finalmente consapevoli e coscienti di sé, finalmente liberi.
Per quei ragazzi che si fanno passare presto la voglia di leggere, studiare, di conoscere, ragionare, di stupirsi.
Quei ragazzi che tanto presto si ritrovano alle soglie della maturità, schiavi ormai dei cliché che vogliono il teatro noioso (come la "musica classica"), e che fanno una gran fatica a digerire la sorpresa splendida dell’essersi sbagliati.
E per tutti gli altri "ggiovani" che, invece, beffandosi delle catastrofiche statistiche, continuano a cercare e riconoscere la cultura nelle sue forme migliori. Quelli che non credono alla bufala dell’élite e buttano giù le torri d’avorio, bulimici di arte, conoscenza, attivismo, incontri e, soprattutto, di esperienze.
Allora, teatro per tutti, adulti, ragazzi, anziani bambini e vecchi giovanotti: tutti quelli che sono vivi e amano, sognano, soffrono, e hanno passioni, paure e domande per le quali cercano solo risposte col punto interrogativo, perché sanno che sono quelli a far crescere, e il teatro ne è pieno.
Teatro per chi ha il coraggio di spogliarsi davanti allo specchio, disarmato e pronto ad affrontare il proprio sguardo.

E’ autunno, cadono le foglie e fa freddo.
Anche il teatro pare una piscina troppo fredda per nuotare per chi, esitante sul bordo, ancora non si tuffa.
Ma è la casa della bugia: un tuffo in un acqua fintamente gelata per un bagno dal quale poi, con tutte le labbra viola, non si vorrà più uscire.

Il TSA inaugura la nuova stagione: il tuffo più bello finisce al botteghino.

Marta Ciambotti