
testo e regia di
Ariele Vincenti
con
Ariele Vincenti
Francesco Cassibba
Vincenzo Tosetto
Sarah Nicolucci
Giacomo Rasetti
musiche e rumori
Tiziano Gialloreto
scene
Alex Chiti
Teatro Stabile d’Abruzzo
in coproduzione con
Alt Academy Produzioni
Nel 2026 si celebra il settantesimo l’anniversario dell’incidente
sul lavoro più drammatico in Europa dal dopo guerra ad oggi.
Era l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a
Marcinelle, nel Belgio meridionale, 262 minatori morirono a
causa di un incendio e dei fumi tossici propagatisi a oltre 970
metri di profondità. Tra le vittime, 136 erano lavoratori italiani
immigrati in Belgio grazie a un accordo tra il governo italiano e
quello belga, volto a fornire manodopera al Belgio in cambio di
carbone inviato in Italia. Nel dopoguerra si è verificata la terza
grande ondata migratoria di nostri connazionali in cerca di
fortuna all’estero, coinvolgendo migliaia di persone che erano
obbligati a lasciare le loro case stretti dalla morsa della
povertà. Lo spettacolo è il frutto di un accurato studio
dell’autore dei fatti avvenuti e del contesto sociale dell’epoca,
attraverso fonti scritte, filmiche e orali.
Lo spettacolo ripercorre minuziosamente la cronologia
temporale di 4 minatori. Dalla partenza dai propri paesi
d’origine, alla morte nella miniera di Marcinelle. Quando i
minatori partivano, le piccole stazioni dei loro paesi si
riempivano di mamme, fidanzate, amici e parenti che li
salutavano. C’era hi era felice per loro, come amici o
conoscenti e c’era chi invece si disperava, come le mamme
e le fidanzate. Con le valigie di cartone i minatori
viaggiarono in treno fino a Marcinelle. Gli erano state
assicurate 28 ore di viaggio. In realtà furono 5 giorni in
condizioni disumane a livello logistico e sanitario. Il primo
impatto con Marcinelle non fu dei più positivi. Gli alloggi
che gli erano stati promessi, caldi e confortevoli erano al
contrario scomodi e freddi. Le loro stanze si trovavano
all’interno di ex campi di concentramento che i Tedeschi
usavano durante la Seconda guerra mondiale. Disumane le
loro condizioni di lavoro: turni lunghi e faticosi, i pagamenti
a cottimo; più carbone recuperavano, più la paga si alzava. I
pasti erano scarsi. Se qualcuno chiedeva spiegazione di
quelle condizioni ad un superiore, veniva aspramente
criticato e minacciato. Nella miniera, il loro lavoro a mille
metri di profondità era estenuante: per ore stavano sdraiati
in piccole gallerie chiamate mine alte mezzo metro.
Scavavano con uno scalpello percosso da un martello di
ferro o con il Motor Pique, un piccolo martello pneumatico
dell’epoca in dotazione ai minatori. La mancanza d’aria. La
polvere. Il rumore assordante, i carrelli carichi di carbone, i
nitriti dei cavalli, gli ascensori e altri suoni diventeranno una
musica di accompagnamento per le azioni sceniche.
Racconteremo anche come passavano il tempo libero. Un
giorno andarono a Liegi per seguire l’arrivo vincente di
Coppi e scoprirono che nei bar era vietato l’ingresso agli
italiani. Da una partita a scopa alle telefonate a casa fino al
momento della tragedia: tutti i minatori smettono di
parlare. Rimarrà in sottofondo “la musica della miniera”,
così la chiamavano!




Vieni dietro le quinte con noi!