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Pubblicato il 07 Gennaio 2009

MISERIA E NOBILTA’ A L'AQUILA

TEATRO STABILE d’ABRUZZO ATAM ASSOCIAZIONE TEATRALE ABRUZZESE MOLISANA
COMUNE DI L’AQUILA
Stagione Teatrale Aquilana 2008/2009
TEATRO COMUNALE DI L’AQUILA

Giovedì 22 gennaio ore 21,00 turno A
Venerdì 23 gennaio ore 21,00 turno B
Sabato 24 gennaio ore 16,30 turno C
Domenica 25 gennaio ore 16,30 turno D
Komiko Production
MISERIA E NOBILTA’
di Eduardo Scarpetta
regia Armando Pugliese
con Francesco Paolantoni
e la partecipazione di Nando Paone
e con Antonella Cioli, Giuseppe De Rosa, Antonio Ferrante, Ernesto Lama, Patrizia Spinosi, Imma Villa

Miseria e nobiltà, racconta di una situazione ferma nel tempo. E’ una farsa, e così la raccontiamo. Raimonda Gaetani ha voluto rispettare con precisione l’epoca, Bruno Garofalo ha costruito con linearità i due interni. Siamo noi che viviamo un secolo dopo. E che abbiamo vissuto e viviamo ancora in quel contesto sociale. Cosa possiamo dire? Che la fame e il disagio ci sono ancora? E’ banale e scontato. E poi questa è una farsa. Una farsa ferma nel tempo.
Il niente posseduto da Felice e da Pasquale è il niente di oggi. La ricchezza illusa di Gaetano Semmolone, detto fritto misto, è l’illusione di oggi. La scena del primo atto è vestita di grigio, piena solo del vapore di una pentola di acqua che bolle ma che non cuoce niente, perché niente arriva da queste giornate di lavori inventati, lo scrivano sotto al San Carlo e il salassatore che non trova più a chi tirare il sangue. Ci si ruba gli scarsi avanzi di un cibo racimolato con i “pegni”. Quattro porte vuote, come bocche da sfamare, e le sedie in scena, dove sono accasciate le tre donne della “miseria”, Concetta e Pupella, madre e figlia, e Luisella, l’amante. Un sottoscala. Il mondo guardato dal basso che più basso ci sono solo le cantine, o forse neanche quelle. Pupella aspetta le scarpe scamosciate di Luigino arrampicata su una sedia per vederle passare sul marciapiede. Quello le è dato di vedere. La situazione della fame arriva al punto dove tragedia e farsa hanno una linea sottile di confine. O muori, o ridi e vivi. E poi c’è la nobiltà, a casa di Semmolone, mura dipinte come la Cappella Sistina, vetri smerigliati, giardini in fiore, poltrone imbottite, servitori e campanelli. Semmolone era un cuoco, ma ora è cavaliere. Un arricchito, insomma, a cui tutti ci affezioniamo, perché lo comprendiamo. Gemma, sua figlia adorata, ballerina, balla sempre, Luigino, suo fratello, che rubacchia i soldi al padre e si fa perdonare con una barzelletta. Tutti sono allegri a casa Semmolone: lui perché crede di avere a casa i nobili, e i “miseri” perché facendo i nobili mangiano e giocano ad essere quello che non saranno mai. Poi c’è Bettina, col coltello in mano, perché è così che ha imparato a difendersi dai guai della vita. Si mischiano tra di loro, marito e moglie si ritrovano (Felice e Bettina), madre e figlio (Bettina e Peppiniello) si riabbracciano, Luisella viene a chiedere il conto della sua non posizione sociale (che modernità: una richiesta ante litteram di PAX), tutti girano per casa ubriachi di allegria, ed è questo “trenino” che rappresenta davvero questa Miseria e nobiltà: perché in fondo sotto tutti questi strati di vestiti e travestimenti ci sono uomini e donne di ieri e di oggi, affannati e in cerca della loro realizzazione.

TSA