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Pubblicato il 05 Marzo 2008

LA TEMPESTA DI SHAKESPEARE CON TATO RUSSO

TSA Comune di L’Aquila ATAM
Stagione Teatrale Aquilana 2007/2008
Teatro Comunale di L’Aquila

Giovedì 6 marzo ore 21,00 turno A
Venerdì 7 marzo ore 21,00 turno B
Sabato 8 marzo ore 16,30 turno C
Domenica 9 marzo ore 16,30 turno D

TEATRO BELLINI – TEATRO STABILE DI NAPOLI
LA TEMPESTA
di William Shakespeare
adattamento di Tato Russo
scene e regia Tato Russo
costumi Giusi Giustino
musiche Patrizio Marrone
movimenti scenici Aurelio Gatti
con Tato Russo

“Il teatro italiano ha problemi incommensurabili. Vive delle proprie forze e dell’amore del pubblico, che lo sostiene. Ma poco è l’ interesse da parte di chi lo potrebbe in qualche modo sostenere e ampliare in tutte le sue forme. Un teatro anziano e con poche promesse e futuro. Giovani nell’affannosa ricerca di spazi e anche di idee…” si presenta in modo “tempestoso” Tato Russo, maestro della messa in scena di teatro musicale che da giovedì 6 marzo, ore 21.00, arriva con LA TEMPESTA di William Shakespeare nel Teatro Comunale di L’Aquila, per la stagione teatrale aquilana organizzata dal TSA e dall’ATAM.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Bellini Teatro stabile di Napoli, con adattamento, scene, regia e la magistrale interpretazione di Tato Russo, i costumi di Giusi Giustino, le musiche di Patrizio Marrone ed i movimenti scenici di Aurelio Gatti, è un lavoro epico, didattico, austero, monumentale, con numerosissime invenzioni registiche: dal gioco linguistico con le scene dei comici napoletani, alle suggestioni coreografiche di un Ariel che si muove come un androgino bianco e polimorfo e si moltiplica all’infinito, alla doppia recitazione dal vivo e registrata di Tato Russo, alle clownerie delle tavole imbandite per i naufraghi, ai costumi elisabettiani, al teatrino barocco sospeso in aria, al finale del ritorno per mare con una quinta che diventa vela e la pedana della rappresentazione che si alza come il portellone di una nave.

“La Grande Nave del Teatro – ci racconta il regista- veleggia verso l’isola della Coscienza: questo il senso conclusivo e il segno di questa messinscena. E la Tempesta diventa così:Grande Rito dell’Espiazione,Cerimoniale del Perdono, Mistica e finale riflessione sugli strumenti e i percorsi della vita,Decisivo ripiegamento su se stessi,Voluttuoso e tragico abbandono dell’anima, Esoterica e propiziatoria funzione di rosa-crociana memoria, Attraversamento prodigioso verso il giudizio, Aspirazione alla palingenesi, Apologo poetico e teleologico che, accompagnato da uno straordinario, e sconosciuto in Shakespeare, fervore religioso e da un incommensurabile desiderio di purezza infinita in prossimità della morte, prende il gusto e il piglio nella rappresentazione d’un "Mystero" nella sua medievale accezione, mentre la messinscena, perdendo quel gusto di favola pastorale intrisa di spunti d’Arcadia e di Commedia dell’Arte, e evadendo da quel compiacimento molto elisabettiano e barocco di rappresentare il gran sentimento del meraviglioso, rende l’opera assimilabile ai frammenti d’una di quelle "moralities" che il teatro inglese ben conobbe. L’aspetto profetico e messianico dell’opera tante volte sotteso o tralasciato al fine d’evidenziare nella Tempesta altri già consumati "esperimenti"di teatro, prende il sopravvento sull’illusionismo della vicenda, sul gioco del teatro nel teatro, che pur qui è sempre presente e a vista , e nel percorso della rappresentazione diventa lo stile della messinscena. L’amputazione del famoso e accorsatissimo "prologo a mare" che da sempre ha stuzzicato la fantasia d’ogni regista a detrimento dello spessore tragico complessivo dell’opera si rivela di fondamentale rilievo per l’affinamento del punto di vista. La soppressione degli "avvenimenti a mare" favorisce infatti l’interiorizzazione della Tempesta, la quale, perduto il carattere d’un accadimento esterno e reale, prende subito l’aspetto o il senso d’un « evento metafisico, emotivo, d’una grande turbativa della coscienza, vortice e turbinio della memoria, mentre l’isola acquista il sapore d’un "isola-che-non-c’è" se non nell’anima o negli incubi dei personaggi, appare e scompare in modo da rendere ogni accadimento come una proiezione esclusiva dell’interior spiriti. Saltato il "coùpe de theatre","improvvidamente"consumato tutto all’inizio, la tempesta si dilata fino ad essere avvenimento costante dell’opera, misura della coscienza,evento non naturale ma metafisico, mentre maggior vigore drammatico acquistano le azioni e i personaggi diventati quasi esemplificazione d’un caso della coscienza sul quale dibattere poeticamente. E così mentre i personaggi vanno configurandosi come tipi enunciati d’un dramma di cui non va vissuta né la fine né il principio, il racconto diventa quasi una riflessione morale “a posteriori”, e una resa finale dell’anima dinanzi alla morte.
Nello stesso tempo, sotto altro aspetto, la messinscena prende il tono d’una grande Liturgia della Poesia,d’una grande “Missa solennis” del Teatro, d’un trattato barocco sull’amore, sulla virtù e gli infiniti del palcoscenico, rito fascinoso per chi quell’amore offizia volta per volta sulla scena, rito del rinnovamento, della frenesia della creazione poetica, della fantasia sfrenata dell’autore-regista risoluto demiurgo della scena, poeta vecchio e bambino d’ogni creazione. E ritorna così, anche qui, il gusto del doppio piano, della doppia illusione “vita-teatro”, della parabola dei due sogni paralleli e intercorrenti, del riflettente e del riflesso nel magico specchio alchemico dell’Arte. E qui, come in nessun altra opera del Bardo, le direzioni in cui opera la vicenda risultano contemporaneamente percorribili fino in fondo e ad un livello molto alto risultando l’opera, nell’una, una grande allusione sulla vita, nell’altra, un grande apologo sul teatro. E mentre i lari del teatro e gli strumenti d’esso diventano gli spiriti della magia officiata, l’intera opera sembra correre dietro l’espressione d’un sacramento d’Arte, propinato allo stremo della propria creazione artistica e del proprio fervore poetico”.