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Pubblicato il 23 Settembre 2005

LA NUOVA STAGIONE TEATRALE AQUILANA 2005/2006

Presentata la nuova Stagione Teatrale Aquilana 2005/2006 organizzata dal Teatro Stabile d’Abruzzo e l’Associazione Teatrale Abruzzese Molisana

TSA Comune di L’Aquila ATAM
Stagione Teatrale Aquilana 2005/2006
TEATRO COMUNALE DI L’AQUILA

Giovedì 17 novembre ore 21,00 turno A
Venerdì 18 novembre ore 21,00 turno B
Sabato 19 novembre ore 16,30 turno C
Domenica 20 novembre ore 16,30 turno D

UNA NUOVA PRODUZIONE DEL TEATRO STABILE D’ABRUZZO

PROMETEO INCATENATO
da ESCHILO
Traduzione Enzo Mandruzzato. Regia e riscrittura scenica Claudio Di Scanno.
Progetto musicale a cura di Germano Scurti. Musiche composte da Andrea Manzoli.
Progetto scenografico Bruno Marini.
Costumi Fabrizio Maria Garzi Malusardi.
Maschere e accessori di scena Marina Vaccarelli.
Con Susanna Costaglione, Massimo Balloni, Raffaello Lombardi, Michele Demaria, Candelaria Romero, Francesca Musci, Viviana Piccolo, Ilaria Cappelluti, Marina Di Virgilio.
In collaborazione con DRAMMATEATRO

1. Sinopsi
Della Trilogia composta da Eschilo intorno alla figura di Prometeo solo il Prometeo Incatenato ci giunge integro, del Prometeo portatore di fuoco e del Prometeo liberato restano infatti soltanto alcuni frammenti. La Trilogia costruiva un itinerario tragico esaustivo della storia del titano che ruba il fuoco agli dèi per donarlo ai mortali e che per questa ragione è incatenato sulla roccia di una rupe della Scizia.
Trascinato violentemente in scena da Potere e Forza, Prometeo è incatenato alla pietra da Efesto. Il Coro, composto dalle Oceanine, ninfe figlie di Oceano, supplica il titano di non minacciare Zeus, ma Prometeo risponde risolutamente che il dio non tiene in alcuna considerazione gli uomini e che lo vuol punire solo perché egli ha donato loro il fuoco. Impietosito dai lamenti di Prometeo, Oceano si offre di intercedere presso Zeus in suo favore. Nel contempo sopraggiunge Io, vittima anch’essa di Zeus, che l’ha trasformata in giovenca e della gelosa Era.
Io narra a Prometeo delle sue vicende. Prometeo le predige il futuro. Infine, a conclusione del testo, vediamo arrivare Ermete che in nome di Zeus intima a Prometeo di rivelargli la verità sulla fine del Cronide. Ma né le sue minacce né le implorazioni del Coro hanno alcun esito. Così, la collera di Zeus si manifesterà per mezzo di un terribile cataclisma che Prometeo stesso descrive e che nella scena viene restituita dal lento sprofondare del Titano nella roccia che ne assorbirà il corpo.
Nella linearità dell’azione scenica, protagonista è Prometeo, la cui generosità nei confronti dei mortali lo scagiona ai nostri occhi da ogni colpa e lo estrae dai fulmini del giudizio.
Eschilo, infatti, non ne esalta la disobbedienza agli dèi, piuttosto pone al centro della tragedia la drammaticità della sua solitudine di fronte al volere e al potere divino.
Nel simbolismo del fuoco come origine della tecnica e come progresso, Prometeo assorbe in sé il segno e la valenza di una vittoria dell’ingegno umano sulle forze ostili alla emancipazione. La disobbedienza di Prometeo diviene così atto di sacrificale idealità che ne fa una figura straordinariamente eschilea, anche in ragione della forza e del rigore etico nei riguardi della propria missione.

Mercoledì 7 dicembre ore 21,00 turno A
Giovedì 8 dicembre ore 16,30 turno C
Venerdì 9 dicembre ore 21,00 turno B
Sabato 10 dicembre ore 16,30 turno D
PRODUZIONI TEATRALI PAOLO POLI
IL PONTE DI SAN LUIS REY
Da Thornton Wilder. Regia Paolo Poli.
Scene Emanuele Luzzati. Costumi Santuzza Calì. Musiche Jacqueline Perrotin.
Con Paolo Poli, Ludovica Modugno, Mauro Marino

Un ponte crolla improvvisamente in Perù alla metà del secolo diciottesimo facendo perire cinque viaggiatori. Nasce nella coscienza di una religiosa una domanda: il Signore punisce così i malvagi oppure in tal modo chiama a sé gli innocenti?
Ci vengono presentati una vecchia marchesa egoista ed ubriacona e la sua giovanissima damigella di compagnia, un giovanotto ombroso e fiero in procinto di imbarcarsi, un vecchio artista di teatro strenuo sostenitore della commedia antica e il suo pupillo ancor desideroso di istruirsi.
Intorno alle biografie degli scomparsi si muove un caleidoscopio di personaggi emblematici che fanno rivivere un’intera società. Conosciamo così il Vicerè annoiato e gottoso, l’Arcivescovo pigro e gaudente, un capitano che ha solcato mille mari, un giovane scrivano vittima di un amore infelice, ma soprattutto la Perichole attrice consumata e donna ambiziosa e Madre Pilar che nelle opere di misericordia vede l’unico scopo e il solo significato di questa vita terrena.
L’azione si muove nei vari ambienti evocati dalle scene di Emanuele Luzzati, sfoggiando i coloratissimi costumi ideati da Santuzza Calì, con l’accompagnamento delle musiche di Jacqueline Perrotin. Accanto a Paolo Poli recitano un’attrice di grido, un grande caratterista e uno scelto manipolo di brillantissimi attori.

Martedì 20 dicembre ore 21,00 turno A
Mercoledì 21 dicembre ore 16,30 turno C
Mercoledì 21 dicembre ore 21,00 turno B
Giovedì 22 dicembre ore 16,30 turno D
BALLANDI ENTERTAINMENT
PSICOPARTY
Di Michele Serra. Scritto con Antonio Albanese e Piero Guerrera.
Regia Giampiero Solari.
Con Antonio Albanese.

Dopo cinque anni torna sui palcoscenici dei teatri italiani Antonio Albanese con un nuovo spettacolo, sempre diretto da Solari e scritto da Michele Serra, riunitisi di nuovo per l’occasione, dopo il successo di Giù al Nord.
Psicoparty è una commedia umana sulla paura, sul nostro orrore quotidiano, popolata di un mondo di pensieri e di creature teatrali mostruosamente comiche, corrosive, nevrotiche e surreali, costruite con accurata osservazione e talento compositivo, in cui si rivela la centralità e la precisione del lavoro sul corpo.
“La paura- è Serra che parla – è un ingrediente formidabile del potere. Ci dovrebbe essere un vero e proprio Ministero della paura: chi riesce a gestirla e utilizzarla vince. E’ un gioco perverso, più c’è paura, più il potere si rafforza. E quindi bisognerebbe aver paura della…paura”.
Nato a Lecco nel 1964, Antonio Albanese si diploma alla Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Partecipa come attore a rappresentazioni teatrali dirette da registi come Manfredini, Vacis e Solari.
Nel 1991 partecipa al cortometraggio Il viaggiatore cerimonioso per la regia di Giuseppe Bertolucci e nel 1992 debutta con il suo nuovo spettacolo teatrale Uomo che lo vede nei principali teatri italiani.
Ma la fama arriva l’anno dopo con Su la testa, dove interpreta i celebri personaggi di "Alex Drastico" e "Epifanio". Consacrato dalla trasmissione Mediaset "Mai dire Goal" della Gialappa’s Band, Albanese prosegue la sua carriera alternando al piccolo schermo il teatro e il cinema e dedicandosi anche alla scrittura (esce nel 1994 il suo libro "Patapim e Patapam" edito da Baldini & Castoldi, che ottiene un grande successo e rimane in classifica per diversi mesi). Tra il 1994 e il 1996 riprende la tournée di Uomo (260 repliche, con un grandissimo successo di pubblico e di critica, questo spettacolo è stato visto da più di duecentomila spettatori).
Nel 1997 debutta a teatro con uno dei maggiori successi delle ultime stagioni, Giù al Nord, che lo consacra definitivamente come uno degli interpreti più interessanti della nuova generazione di comici.

Venerdì 20 gennaio ore 21,00 turno A
Sabato 21 gennaio ore 16,30 turno C
Sabato 21 gennaio ore 21,00 turno B
Domenica 22 gennaio ore 16,30 turno D
COMPAGNIA DEL TEATRO MODERNO
LA LOCANDIERA
Di Carlo Goldoni. Regia Giancarlo Cobelli.
Con Mascia Musy, Francesco Biscione, Paolo Musio, Massimo Cimaglia.

Chissà se Goldoni costretto in esilio a Parigi dagli eventi, e proprio negli anni della storica rivoluzione, ripensando alla padrona di locanda Mirandolina, non abbia riconosciuto profetico l’approdo che lui stesso ha designato alla sua grande protagonista.
Infatti, come la rivoluzione francese ha traghettato il vecchio mondo verso un rinnovamento, così Mirandolina, futura incarnazione di una intraprendente donna d’affari, spalanca la finestra al nuovo secolo e ne scaraventa fuori merletti, parrucche, jabeau, tricorni e bautte; reperti di un Settecento in agonia.
Si focalizza così la magia di un apparente darsi convegno nella locanda di tre prototipi: Marchese, Conte e Cavaliere, tre accaniti sostenitori di stemmi nobiliari, di albagie al suon di zecchini d’oro e di ciniche filosofie del disincanto.
I malcapitati, resi ciechi da un Cupido malnato, offrono il collo alla mannaia della seduzione e dei ben recitati raggiri della lungimirante femmina. La lungimiranza di Mirandolina mascherata da lacrime studiate, finezze sottomesse, svenimenti e altre civetterie muliebri, fa germogliare sul ceppo dei condannati il fiore dell’abilità organizzativa e del concreto calcolo: i nuovi araldi di un Ottocento commerciale e borghese.
Vita nuova, aria nuova.
Questa è la fine e la fede matrimoniale che Mirandolina infila al dito di Fabrizio, suo cameriere fedele, giovane disposto a tutto, comprese le affaristiche pretese della padrona.

Venerdì 3 febbraio ore 21,00 turno A
Sabato 4 febbraio ore 16,30 turno C
Sabato 4 febbraio ore 21,00 turno B
Domenica 5 febbraio ore 16,30 turno D
I DUE DELLA CITTÀ DEL SOLE
NON TI PAGO
Di E. De Filippo. Regia Luigi De Filippo
Con Luigi De Filippo.

Non ti pago è una delle più riuscite e divertenti commedie di Eduardo De Filippo.
Andata in scena per la prima volta l’8 dicembre 1940 al Teatro Quirino di Roma, fu interpretata dai due grandi fratelli Eduardo e Peppino ed ebbe subito un clamoroso successo. Pur attento alle esigenze di rinnovamento richieste da un testo di 64 anni fa, Luigi De Filippo non si sogna di uscire dal solco di una tradizione ormai cristallizzata e non abbandona una macchina teatrale collaudata. Siamo in piena farsa, divertente e cattiva, appartenente alla fase iniziale della produzione migliore dei De Filippo; nella commedia sono raccolti i temi delle dinamiche familiari attraversati dalla surreale disputa su chi abbia diritto di ricevere i numeri buoni al lotto. La commedia, divisa in tre atti, copre lo spazio di un mese, periodo in cui sono condensati una sequela di dispute a metà tra l’avvocatesco e il metafisico, in cui anche i morti sono convocati per dar conto delle proprie azioni. La trama è la seguente: Ferdinando Quaglialolo, gestore di un botteghino di banco lotto a Napoli,gioca con accanimento ma non indovina mai un numero vincente. Al contrario, il suo impiegato Mario Bertolini, interpretando casualità e sogni, vince sempre; anzi, un bel giorno gli capita persino di vincere una ricca quaterna datagli in sogno proprio dal defunto padre del suo datore di lavoro. Indispettito a questo ennesimo colpo di fortuna del suo dipendente, Ferdinando Quaglialolo si rifiuta di pagargli la vincita e trattiene la giocata sostenendo che quella fortuna in realtà spetta a lui. Il defunto padre, venendo in sogno a Bartolini ha commesso un involontario errore di persona, perché Bartolini abita proprio nella stessa casa dove un tempo abitava Ferdinando quando il padre era ancora in vita. Lo sviluppo della divertente commedia è nei vari tentativi di Ferdinando a convalidare questa tesi. Quindi litigi e contrasti, fino alla felice conclusione finale. Il protagonista della commedia, don Ferdinando, è un personaggio ambiguo, sempre sul limite incerto fra passione e ragione, fra buona fede e opportunismo, tra follia e simulazione, sogno e realtà. Nel teatro di Eduardo è uno dei personaggi più paradossali, tra i più originali e pirandelliani.

Giovedì 9 febbraio ore 21,00 turno A
Venerdì 10 febbraio ore 21,00 turno B
Sabato 11 febbraio ore 16,30 turno C
Domenica 12 febbraio ore 16,30 turno D
TEATRO STABILE DELLE MARCHE, TEATRO MERCADANTE STABILE DI NAPOLI
SEI PERSONAGGI IN CERCA DI AUTORE
Di Luigi Pirandello. Regia Carlo Cecchi.
Scene e Costumi Titina Maselli.
Con Carlo Cecchi, Paolo Graziosi.

“Ho già la testa piena di nuove cose! Tante novelle… E una stranezza così triste, così triste: Sei personaggi in cerca d’autore: romanzo da fare. […] Sei personaggi presi in un dramma terribile, che mi vengono appresso, per esser composti in un romanzo, un’ossessione, e io che non voglio saperne, e io che dico loro che è inutile e che non m’importa di loro […] e loro che mi mostrano tutte le loro piaghe, e io che li caccio via… – e così alla fine il romanzo da fare verrà fuori fatto”.
[Lettera di Pirandello al figlio Stefano del 23 luglio 1917] Ma non fu il romanzo, fu una “commedia da fare” che venne fuori fatta: la commedia di quei sei personaggi che lo ossessionavano perché il loro dramma fosse composto in forma di romanzo e che, frustrati dal rifiuto persistente dell’autore, vanno in un teatro sperando di avere migliore fortuna. L’arrivo dei sei personaggi in cerca d’autore sul palcoscenico di un teatro dove una compagnia sta facendo le prove e l’arrivo di "Sei personaggi in cerca d’autore" sui palcoscenici dei teatri di tutto il mondo, costituirono, ai suoi tempi, un fatto clamoroso. Oggi è diventato un classico del Novecento; è un titolo famosissimo, ma al solo sentirlo citare provoca, insieme al nome del suo autore, un sentimento di grande noia.
Al centro di quasi tutte le commedie annegate nel dramma, drammi annegati nella commedia, tragedie annegate nella farsa, farse annegate nella tragedia, ecc. ecc., al centro di tutti questi annegamenti pirandelliani c’è sempre, o quasi sempre, una famiglia. Qui di famiglie ce ne sono due; due famiglie ma, una mamma sola. La prima famiglia è costituita dal Padre e dal Figlio, essendosene la Madre andata via con un altro uomo. La seconda famiglia è costituita dalla Madre, presentemente vedova poiché l’altro uomo, nel frattempo, è morto; e dai figli avuti da costui: la Figliastra, il Giovinetto, la Bambina. Le due famiglie si sono riunite in seguito ad un fatto piuttosto scabroso: il Padre stava lì lì per avere un rapporto con la Figliastra in una casa d’appuntamenti travestita da sartoria di lusso per Signora, di cui il padre era cliente; non per i vestiti, beninteso, ma per le ragazzine; e fra queste, appunto, un giorno gli capitò la Figliastra. L’arrivo inopinato della Madre evitò lo svolgersi del fattaccio. Dopo la riunione in casa del Padre, la vita in famiglia delle due famiglie è quanto di più difficile e tormentato: odi disprezzi strazi sdegni ricatti vendette fra padre, madre, figlio, figliastri, fratelli, fratellastri e sorellastre; mancano, purtroppo, suoceri e cognati.
Il ritratto che ne viene fuori potrebbe essere atroce se Pirandello, come sempre fa, non annegasse quell’inferno d’irrealtà e d’imbecillità borghese nell’aura dolciastra del dibattito pseudo-filosofico e pseudo-estetico. E la trama nera dei suoi canovacci – così esemplarmente italiani – continua, da quasi un secolo, ad essere nascosta sotto la maschera del conflitto fra finzione e realtà, uno nessuno e centomila, vita che cangia e forma che non cangia.

Giovedì 23 febbraio ore 21,00 turno A
Venerdì 24 febbraio ore 21,00 turno B
Sabato 25 febbraio ore 16,30 turno C
Domenica 26 febbraio ore 16,30 turno D
TEATRO BELLINI TEATRO STABILE DI NAPOLI
IL RITRATTO DI DORIAN GRAY
il musical
Da Oscar Wilde. Ideazione, Libretto e Regia Tato Russo.
Scene Uberto Bertacca. Costumi Giusi Giustino. Musiche Mario Cervo e Tato Russo. Coreografie Aurelio Gatti. Con Tato Russo.

Il Ritratto è uno di quei romanzi che quando leggi da ragazzo ti impressionano di più, fai fatica a dimenticarlo, i dubbi, le domande che ti propone, la storia dei suoi personaggi e la progressione dei suoi avvenimenti ti segnano per sempre. Già 30 e più anni fa ne avevo subito l’irresistibile fascino e ne avevo realizzato una trasposizione teatrale rimasta inedita per la scena. Così erano rimasti inediti gli scritti in prosa di Masaniello e Viva Diego fin quando non mi prese questa passione per la scrittura in musical. Il mio Dorian riscritto per la scena mi è sembrato immediatamente adatto al percorso musicale intrapreso alcuni anni fa e che ha assicurato il successo ai miei tre musical precedenti ( Masaniello, Viva Diego e I Promessi Sposi). Certo avrei perduto il fraseggiare paradossale e algebrico di Wilde, faticosamente riportato nella versione in prosa, sarebbe stato difficile o impossibile inseguire il vezzo dell’aforisma del paradosso linguistico e della frase ad effetto, ma il racconto mi ispirava atmosfere musicali di spessore gotico e la narrazione pensavo ne avrebbe guadagnato sottratta al giocoso effluvio verbale di Wilde. Molti accadimenti sottintesi son così venuti alla luce nel libretto, molti altri sono stati inventati, favoriti da una musica che ne pretendeva l’accadimento, molti personaggi appena descritti sono stati immaginati come principali e così la storia si è popolata di figure tragiche di una Londra vissuta tra club e saloni dell’alta aristocrazia e una Soho di bettole luride, di porti e angiporti dove il vizio e la corruzione dei corpi fanno da sponda e da contrappunto al progetto di corruttela delle anime. Dorian e solo lui costituisce il punto di incontro tra le due città, due strade, due mondi. Da una parte l’estetismo decadente delle classi dominanti tutte protese verso un ideale di bellezza inutilmente eterna. dall’altra il realismo delle classi sottoposte alle prese soltanto con la bruttezza di un’esistenza non tollerabile.

Tato Russo

Giovedì 2 marzo ore 21,00 turno A
Venerdì 3 marzo ore 21,00 turno B
Sabato 4 marzo ore 16,30 turno C
Domenica 5 marzo ore 16,30 turno D
TEATRO STABILE DI CALABRIA
PIGMALIONE
Di G. B. Shaw. Traduzione di Masolino D’Amico.
Regia Roberto Guicciardini. Scene Piero Guicciardini. Costumi Lorenzo Ghiglia.
Con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli, Marco Messeri, Valeria Fabrizi, Paolo Serra, Dely De Majo.

Nella struttura della commedia c’è un nodo che nella traduzione appare inestricabile. Riguarda il linguaggio di Lisa e di suo padre contrapposto al linguaggio del professore Higgins e degli altri del suo ceto. Il professore, che pure nella sua eccentricità si permette qualche divertita deroga alla convenzione secondo uno snobismo anticonformista, è capace di identificare in base a sfumature e variazioni fonetiche di vocali e consonanti il luogo di origine, addirittura il quartiere o la via del personaggio parlante. I personaggi "bassi" si esprimono in cockney, linguaggio dei bassifondi londinesi, una mescolanza di idiomi in cui "convergono elementi anglosassoni accanto alle influenze più disparate, coloniali e preanglofone" (Saba Sardi). L’uso del cockney denuncia la natura classista della lingua, le cui stratificazioni segnano le diversità fra i livelli sociali come su una scala graduata. È la barriera che inceppa l’evoluzione o l’emancipazione. Non esiste in italiano un parallelo che abbia lo stesso grado di efficacia. Per evidenziare il divario abbiamo travasato il cockney in una parlata toscana, con forti inflessioni di pronuncia. Il guaio è che da noi il dialetto – o il vernacolo come nel caso del toscano – corre in parallelo con la lingua egemone senza recidere del tutto il cordone ombelicale. Non di rado il dialetto contribuisce con travasi immediati ad arricchire la lingua stessa, ampliandone l’espressività. Quando addirittura non acquista uno statuto autonomo anche in letteratura o in testi teatrali (basta pensare a Folegno, Ruzzante, Goldoni, al Teatro napoletano o oggi, agli esperimenti di Gadda o D’Arrigo, tanto per fare qualche nome). Non è detto che da noi il dialetto sia un linguaggio subalterno, né che abbandonandolo si acceda ipso facto ad una cultura alta o che basti a schiudere le porte del mondo borghese. C’è semmai da recriminare sul dialetto disimparato, sul balbettio di una lingua ridotta a stereotipi, sul grado di trivialità raggiunto dalle tecniche di comunicazione. Ma l’origine dello sconquasso è già lì, nell’analisi impietosa di Shaw che attribuisce alle parole un dominio linguistico di classe, e farne cioè un problema di sociologia della cultura. La soluzione adottata, col suo grado di approssimazione, ha dunque il sapore di un marchingegno, più o meno plausibile, ma comunque necessario per mettere in moto l’ingranaggio della commedia. E speriamo che la forzatura ci venga in tal senso perdonata. Rispetto alla società di inizio novecento i contrasti insiti nel vivere civile si sono acuiti e ramificati, le certezze più problematiche, oppure sommerse in un coacervo di opinioni divergenti, tutte a loro modo plausibili, nessuna in grado di prevalere nettamente. Non è solo il linguaggio ad essere usato come forma di sopraffazione ma molti altri mezzi di comunicazione esercitano un loro grado di violenza, talvolta subdola e latente, spesso esplicita, come una cappa che irretisce la naturalezza dei rapporti fra gli uomini. La comunicazione "fra classi e anime diverse" deve ancora oggi attraversare incessantemente quella barriera. Per recuperare la virulenza della denuncia di Shaw occorre mettersi in onda con quel lontano 1913, non tanto per rappresentare il suo mondo, ma per assumerlo nella sua valenza metaforica, lasciando libero il giuoco delle associazioni e delle analogie e conferendo alla commedia un ritmo allegro e divertito. La leggerezza non smussa l’ironia, caso mai ne acuisce

la funzione. Le opinioni espresse hanno il nitore di una lama e suonano spesso beffarde. Shaw le scaglia con aristocratica supponenza e quasi sempre centra il bersaglio. L’umorismo che sottende tutta la commedia rende tollerabile l’inesorabilità del giudizio. L’ironia di Shaw vibra come provocazione ideologica volta a mettere in rilievo la fatuità della classe agiata e dei suoi valori. I rapporti fra i personaggi sono in apparenza semplici e diretti. Ma nel non detto traspaiono una serie di segnali che svelano insicurezze, ambiguità, rivalse. La serra luminosa e colorata nella quale abbiamo scenicamente ambientato la commedia è chiusa al mondo esterno, tutti vi si aggirano con le proprie idiosincrasie, come in una sorta di voliera in cui i personaggi svolazzano irretiti. Solo l’intrusione di Liza e di suo padre Doolittle, con il loro linguaggio irriverente, conferisce ai personaggi un movimento irrequieto. Lo sgangherato eloquio di Liza sarà pazientemente ricondotto al decoro borghese con l’esercizio e la persuasione. Ma tale presunzione culturale verrà messa in trappola dalla spontaneità di una umana e legittima richiesta di affermazione attraverso un ruolo attivo nella vita sociale. L’avventura della fioraia è plausibile, perché il suo carattere segue una evoluzione psicologica e, nonostante l’ambizione che la muove, attraversa indenne il trauma che il trattamento le ha inferto. C’è anche un lato inquietante. Doolittle padre è perplesso: il progetto dei due gentiluomini di fare di Liza una vera signora oberandola di lezioni e tenendola segregata nello spazio fisico del loro mondo maschile è davvero del tutto limpido? La tensione erotica o sentimentale è ovviamente taciuta e magari si svolge a loro insaputa, ma è impossibile rimanere inerti di fronte alla bellezza e alla grazia non artefatta. Si può occultare il sentimento, ma non per questo il sentimento cesserà di cercare un varco per emergere. E quando il professore tenta di esprimere una mozione degli affetti, la lingua si inceppa, come fosse vietato cadere in una espressione banalmente sentimentale. Il sentimento sembra aver corroso le certezze. Al termine il professore Higgins si aggira solo e smarrito nella sua gabbia, a cullare la propria malinconia. Evocata dalle parole registrate sul fonografo, come in un sogno, si delinea alle sue spalle la figura di Liza. Il finale resta aperto a diverse conclusioni, sconfitta o vittoria, ma è certo che qualcosa di profondamente discorde è accaduto e niente sarà come prima. Per chi conosce My fair Lady, il bellissimo film di Cukor, nella cui eleganza tuttavia si stempera un poco il senso della storia, sarà piacevolmente sorpreso di scoprire come nella commedia originale l’ironia di Shaw conserva intatta la propria causticità e come il suo appello a rapporti sociali più genuini, sfrondati dall’intrico delle convenzioni, è sempre attuale.
Roberto Guicciardini

Venerdì 17 marzo ore 21,00 turno A
Sabato 18 marzo ore 16,30 turno C
Sabato 18 marzo ore 21,00 turno B
Domenica 19 marzo ore 16,30 turno D
LA CONTEMPORANEA
PICCOLI CRIMINI CONIUGALI
Di Eric Emmanuel Schmitt. Regia Sergio Fantoni.
Con Andrea Jonasson, Massimo Venturiello.

Uno scavo psicologico sottile, profondo, godibile con Piccoli crimini coniugali, di Schmitt: un teatro di parola che scava nell’intimo di ragione e sentimento, con rare concessioni all’esistenzialismo. La pièce è affidata a due attori.
Niente amici, niente vicini di casa, quasi la coppia fosse un sistema chiuso, impermeabile.
Gilles e Lisa: un menage quasi perfetto, come tanti altri, che dura da quindici anni. Lui scrittore di libri gialli, spericolato pensatore, vede nella coppia una associazione a delinquere finalizzata all’annientamento del compagno. Lei moglie innamorata, fedele, vive l’età nella quale si scopre che il mondo è pieno di altre donne, giovani e belle. Gilles ha un ‘piccolo incidente’ domestico che lo ha lasciato con una momentanea amnesia. Lisa lo aiuterà a ricostruire la sua identità e quella del loro rapporto. Percorso bizzarro, divertente e doloroso, che conferma il sospetto di molti che anche la coppia più affiatata, in realtà non è che una coppia di estranei. Gilles e Lisa avranno un bel da fare per cancellare l’immagine di sé che ciascuno ha dell’altro, attraverso rivelazioni sorprendenti, scoperte sospettate ma sempre taciute, rancori, gelosie, in una lotta senza esclusione di colpi, sostenuta, per fortuna loro, da una grande attrazione fisica che li tiene avvinti. Il tutto espresso dalla sottile, profonda leggerezza con la quale l’autore ci guarda dentro come un analista.
Eric Emmanuel Schmitt, giovane scrittore francese di successo, ama difatti mescolare la leggerezza con il dramma, l’humour con la riflessione, e scrive pagine raffinate e coinvolgenti senza mai essere né frivolo né pesante.
In questa commedia dove gli aspetti tragicomici mitigano atmosfere degne del miglior thriller, Schmitt fa riflettere e sorridere sui meccanismi più profondi che animano la vita di coppia.

Venerdì 31 marzo ore 21,00 turno A
Sabato 1 aprile ore 16,30 turno C
Sabato 1 aprile ore 21,00 turno B
Domenica 2 aprile ore 16,30 turno D
SOCIETÀ PER ATTORI
LA FORZA DELL’ABITUDINE
Di Thomas Bernhard.
Traduzione e adattamento Alessandro Gassman e Carlo Alighiero.
Regia Alessandro Gassman.
Con Alessandro Gassman, Paolo Fosso, Sergio Meogrossi
e gli artisti del Circo Colombaioni

L’unica possibilità vitale nella lotta per la sopravvivenza è la forza dell’abitudine, ci dice Thomas Bernhard. In questa rilettura del testo Alessandro Gassman esprime una grande energia connotandolo come un giocoso, divertente apologo. Il lavoro quotidiano maniacale per raggiungere la perfezione viene preteso dal patron del circo come abitudine quotidiana, come forza dell’abitudine. I suoi circensi, il giocoliere, il domatore, la ballerina, il nano buffone sono costretti a una impossibile ricerca della esemplare esecuzione del quintetto de La Trota di Franz Schubert. Sforzo improbabile, inutile, che non porterà mai ad un risultato perché la vita stessa di girovaghi che conducono non lo può permettere.
La forza dell’abitudine, come tutti i testi di Bernhard, è una meravigliosa metafora della vita e della incapacità degli artisti di vedere realizzata compiutamente la propria arte. Una utopia che il nostro protagonista, il direttore Caribaldi, da anni non solo anela di raggiungere, ma che addirittura tenta di imporre ai propri squinternati subalterni. Tenerezza, ironia e divertimento… sono assicurati.