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Pubblicato il 18 Giugno 2012

IN MEMORIA DI LUCIANO FABIANI

ALBERTO GOZZI «Per parlare in questo momento, direi soprattutto in questo momento, di Luciano Fabiani mi viene da parlare del teatro – e non credo sia per la forza dell’abitudine, e neppure per illudermi, scrivendo, di tenere in vita quel lungo dialogo che Luciano e io abbiamo dipanato insieme per tanti anni: la parola scritta non può sostituire la vibrazione, lo spirito di quella parlata. Mi accorgo oggi, nel momento in cui apprendo la notizia di questa morte, di aver sempre costeggiato una domanda che mi appare adesso centrale, nella sua apparente banalità: perché il teatro? Che fosse grande parte nella vita di Luciano è stato sempre evidente a tutti, ma questo non ci aiuta a rispondere».

«Per prestigio personale, non direi proprio, dal momento che durante le occasioni ufficiali (se vogliamo, possiamo anche chiamarle mondane), quando sarebbe stato il momento della sua passerella, era praticamente introvabile e bisognava andarlo a recuperare in qualche angolo dimenticato. Per strategia politica, nemmeno: nella visione utopica di Luciano, inconfessabile perfino a se stesso, si annidava un paradosso: che la politica, semmai, avrebbe dovuto essere funzionale al teatro; temo che qualche politico/politico avesse intuito questo pensiero scandaloso: un punto fragile, senza dubbio, perché nulla rende debole una persona quanto l’esistenza di un oggetto amato, che può diventare bersaglio di ricatti, minacce o, peggio, di irrisione: pareva sconcertante, insomma, che un uomo tanto dotato (di dialettica, di lucidità, di volontà) dedicasse le sue energie a una faccenda così marginale, aleatoria, e comunque poco redditizia».

«(Qui Luciano sorriderebbe perché sto per fare una una di quelle digressioni che lo divertivano: una volta gli raccontavo di aver parlato con un’anziana signora della buona borghesia triestina che aveva conosciuto, da ragazza, Italo Svevo: l’idea che quella mano resa evanescente dagli anni avesse toccato quella, famosa, che aveva scritto "La coscienza di Zeno" mi riempì di un devoto sgomento. Che la signora dissolse immediatamente quando aggiunse: "Era una persona molto stimabile, con un grande talento per gli affari. Peccato quella sua mania di scrivere!") Tanto tempo fa, c’era un’espressione con la quale i benpensanti risolvevano misteri di questo genere: "E’ un originale!". Essendo benpensanti ammodo, si trattava di un eufemismo educato, che diceva tutto senza nulla dire. Invece quella polverosa locuzione, per Luciano funziona perfettamente: era un Originale».

«Ma non caduto dalla Luna: c’era tanto di aquilano in lui (non importa che lo ricordi, lo sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto o anche solo avvicinato) ma rimontato in un collage inedito: originale, appunto. Del teatro gli piaceva tutto: la platea buia del Comunale nella quale si rannicchiava, durante le prove, sostando molto più a lungo di quanto non facciano abitualmente i direttori; i bilanci (perfino), il confronto con gli attori (burrasche comprese); l’avventura delle tournées – e in questo fu ampiamente accontentato, gli ultimi anni della sua direzione, per i quali il termine "avventura" suona dimolto inadeguato. Ma forse ciò che lo seduceva maggiormente era la progettualità insita nel concetto di teatro – devo precisare: del teatro come lui lo intendeva: teatro pubblico».

«Non posso abusare della pazienza di chi leggerà queste righe, quindi non entro nel merito di questo concetto intorno al quale abbiamo ragionato per lunghe stagioni, durante ma anche dopo l’avventura del TSA devo dire che l’abbiamo anche messo in pratica, per quanto siamo stati capaci e per quanto ci è stato consentito). Nulla è più aleatorio e al tempo stesso di preciso di un progetto, compreso il percorso accidentato che è costretto a compiere per realizzarsi: gli infiniti aggiustamenti di tiro, le montagne russe delle proiezioni e delle delusioni, e soprattutto il rendersi conto che un attimo prima che un progetto si compia, ne è già incominciato un altro, per una sorta di gemmazione della quale non si riesce mai a cogliere il momento iniziale. Credo che questo processo si possa chiamare "vita della cultura", oppure, meglio ancora, "vita", sì, meglio: più sobrio e più intonato a Luciano, che nei confronti della cultura aveva un atteggiamento di profonda e quasi religiosa devozione e non si accorgeva, come accade a chi profondamente crede, che il "domine, non sum dignus" è l’unica chiave di accesso a ciò che ci sembra irraggiungibile».

ERRICO CENTOFANTI «Vorrei, nel momento dell’estremo commiato, che gli aquilani tenessero a mente non solo quanto di Luciano Fabiani piú o meno tutti sanno oppure non hanno dimenticato. Vorrei non pensassero solo all’impegno generoso, cristallino e innovatore nell’azione politica, culturale e sociale e nelle istituzioni democratiche dell’Aquila e dell’Abruzzo». Così, il giornalista e scrittore Errico Centofanti.

«Vorrei non pensassero solo alla rigorosa dedizione all’interesse pubblico espressa come Consigliere Comunale nei suoi due mandati a distanza di un quarto di secolo l’uno dall’altro, come Consigliere Regionale, come Vice Presidente della Giunta Regionale e come Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana delle stagioni tra le piú limpide. Vorrei non pensassero solo alla determinante azione ispiratrice di iniziative che hanno rifondato il rapporto di fiducia tra cittadini e Municipalità, come il Piano Regolatore Generale degli anni Settanta e la creazione delle aziende municipali per l’estensione all’intero territorio comunale di basilari servizi pubblici. Vorrei non pensassero solo all’avventura, da molti considerata folle, che con lui condividemmo Peppino Giampaola e io: l’avventura della creazione del Teatro Stabile dell’Aquila e della caparbia conduzione nei vent’anni che ne hanno fatto uno dei piú osannati casi artistico-culturali dello spettacolo italiano».

«Vorrei non pensassero solo all’ingegno profuso per inventare e condurre ai massimi livelli qualitativi l’Accademia di Belle Arti, per contribuire alla conduzione di alcuni tra i piú fascinosi anni dell’Aquila Rugby, per accompagnare il prestigioso lavoro della Società Aquilana dei Concerti, per guidare la Fondazione Carispaq a farsi protagonista nella tutela del nostro patrimonio di beni e attività culturali. Vorrei che gli aquilani non pensassero solo a tutto questo e richiamassero invece, dalle profondità della memoria, il dono piú grande tra i tanti e preziosi che Luciano Fabiani ha lasciato alla propria comunità. Le ragioni dell’aritmetica e dei rapporti politici erano tutte inesorabilmente contro di noi, eppure, grazie alla saggezza politica, alla sapienza diplomatica e all’implacabile potenza dell’argomentare, fu Luciano Fabiani, insieme con l’altro mio indimenticabile amico Federico Brini, a ottenere che nello Statuto della nascente Regione venisse riconosciuto alla nostra città, una volta per tutte, il ruolo di capitale dell’Abruzzo. Molti aquilani non capirono, molti non vollero capire e i piú s’accomodarono a lasciarsi convincere, da chi ne ebbe il vile interesse, che il corollario di quel successo fosse un tradimento».

«A Luciano Fabiani venne fatto pagare un prezzo efferato e inaudito, che ne ha segnato, dolorosamente quanto ingiustamente, tutto il resto della vita. Ora, nel momento dell’estremo commiato, vorrei che gli aquilani, finalmente consapevoli, esprimessero il commosso omaggio di affetto e gratitudine che Luciano Fabiani ha meritato con l’indefettibile servizio reso alla comunità in ogni atto e istante della sua vita. La Municipalità lo ha già fatto, con immediatezza e solennità, accogliendo tra le mura della casa di noi tutti le spoglie di Luciano Fabiani per tutto il tempo che le separa dall’ultima dimora. Vorrei adesso che gli aquilani tributassero l’omaggio supremo che ogni comunità degna di questo nome rivolge a chi ha contribuito a segnarne felicemente tutto il corso degli eventi futuri: l’omaggio del riconoscerlo "Padre della Patria"».