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Pubblicato il 17 Gennaio 2007

IL MEDICO DEI PAZZI A L’AQUILA

TSA Comune di L’Aquila ATAM
Stagione Teatrale Aquilana 2006/2007
TEATRO COMUNALE DI L’AQUILA
giovedì 1 febbraio ore 21.00 turno A
venerdì 2 febbraio ore 21.00 turno B
sabato 3 febbraio ore 16.30 turno C
domenica 4 febbraio ore 16.30 turno D

DIANA OR.I.S.
IL MEDICO DEI PAZZI
di Eduardo Scarpetta
regia di Carlo Giuffrè
con Carlo Giuffrè
e con Piero Pepe, Monica Assante Di Tatisso, Rino Di Maio,
Antonella Lori e Aldo De Martino
scene di Aldo Buti
costumi di Giusi Giustino
musiche originali e arrangiamenti di Francesco Giuffrè

Ancora un grande spettacolo per il cartellone della Stagione Teatrale Aquilana proposta dal TSA ed ATAM: giovedì 1 febbraio alle ore 21,00 debutta nel Teatro Comunale di L’Aquila “Il medico dei pazzi” deliziosa commedia di Eduardo Scarpetta, diretta ed interpretata da Carlo Giuffrè con Piero Pepe, Monica Assante Di Tatisso, Rino Di Maio, Antonella Lori e Aldo De Martino.

“Posso assicurarvi -ci racconta Giuffrè – che il “Medico dei Pazzi” sarà un altro spettacolo da non accantonare, ma da restaurare e divulgare. Anche quest’anno vi racconterò le divertenti e folli avventure di don Felice Sciosciammocca, una commedia che spero resterà viva nella coscienza e nel cuore degli spettatori.
Ci sarà qualcuno che mi domanderà perché non recito teatro italiano e io naturalmente risponderò che lo faccio ormai da trenta anni. Come, Scarpetta teatro italiano? Certo perché il teatro di Scarpetta fa parte della grande commedia dell’arte che è stata fonte del teatro universale.
Noi non abbiamo teatro da esportare tranne Pirandello e qualche commedia di Eduardo. Recitiamo teatro straniero, provate a leggere in qualsiasi teatro italiano, l’elenco delle commedie in programma, su dieci titoli, otto sono di autori stranieri e solo due italiani (Goldoni o Pirandello). È questa la ragione della crisi del nostro teatro. Se gli inglesi avessero dovuto come noi importare l’ottanta per cento di autori stranieri, avrebbero la stessa nostra crisi e non avrebbero come hanno teatri pieni e tanti autori che continuano a raccontare la loro storia, quella dei loro re e delle loro regine. Certo si confrontano anche con Moliere, Pirandello, Cechov, ma hanno soprattutto una loro identità drammaturgica. È una questione di cultura autoctona. È bello, interessante lo scambio culturale… ma noi traduciamo e recitiamo anche testi con tematiche spesso lontane da noi che non ci trasmettono emozioni. E al contrario accade all’estero anche con una grande commedia italiana, come “Natale in casa Cupiello” la più bella commedia di Eduardo è quella meno rappresentata all’estero, la meno tradotta: perché quella magnifica metafora rappresentata dal presepe (l’utopia, la fuga dalla realtà, un mondo buono e pulito), a loro non arriva perché non conoscono il presepe. A proposito invece, non vi pare che il dramma dei figli di Luca Cupiello o di Filomena Marturano a noi ci tocca e ci commuove molto più del dramma delle figlie di Re Lear?
Io da tanti anni sto riesumando testi che riguardano la cultura italiana. Si perché le disgrazie, le avventura di Arlecchino sono le stesse di Pulcinella, di Pantalone, di Gianduia, Tartaglia… tutta la straordinaria, drammatica comicità degli Zanni, delle maschere è rimasta miracolosamente nel D.N.A. degli italiani e riaffiora quando dopo aver subito le storie di Charlie, di Peter, di Mary, arrivano in scena personaggi che si chiamano Luca Cupiello, Concetta, Gennaro, Amalia e Sciosciammocca (maschera inventata da Scarpetta per umanizzare Pulcinella). Credetemi il pubblico è più coinvolto, riceve emozioni più forti, si crea davvero un’osmosi fra platea e palcoscenico e questo vi assicuro non accade sempre quando si recitano commedie tradotte in “lingua italiana”, io lo so bene perché nella mia lunga carriera ho frequentato l’uno e l’altro teatro. Sapete qual è la commedia italiana che da mezzo secolo gira il mondo, la più vista di tutte? “Arlecchino servitore di due padroni” di Goldoni in stretto dialetto Veneto, così la volle Strehler, non tradotta in italiano. Io da trent’anni sto “restaurando un repertorio otto-novecentesco non accantonabile, da Petito a Curcio e a mantenerlo vivo nella coscienza e nel cuore degli spettatori, con un’identificazione e una dedizione crescenti e al tempo stesso con un marchio costante e inconfondibile di intelligenza critico-storica e di severa, misuratissima originalità espressiva”. Il virgolettato è tratto dalla motivazione del premio “Renato Simoni” che ho ricevuto dalla critica nel 1999. Scusate la vanità, ma di questo premio sono orgoglioso perché io recito teatro italiano”.