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Pubblicato il 03 Aprile 2007

IL MAESTRO E MARTA IN SCENA A L’AQUILA

TSA Comune di L’Aquila ATAM
Stagione Teatrale Aquilana
Teatro Comunale di L’Aquila

Venerdì 20 aprile ore 21,00 turno A
Sabato 21 aprile ore 16,30 turno C
Sabato 21 aprile ore 21,00 turno B
Domenica 22 aprile ore 16,30 turno D

TEATRO STABILE DI CATANIA
IL MAESTRO E MARTA
novità assoluta di Filippo Arriva
regia Walter Pagliaro
con Virginio Gazzolo, Mariella Lo Giudice, Valentina Bardi,
Gianfranco Alderuccio, Giuseppe Infarinato, Davide Sbrogiò,
Pamela Toscano, Serena Mazzone
scene Giovanni Carluccio
costumi Alberto Verso
musiche Germano Mazzocchetti
video Luca Scarzella
coreografie Silvana Lo Giudice

“Capirà, signore: nati come siamo per la scena”: l’emblematica battuta pronunciata dal Padre in Sei personaggi in cerca d’autore riassume, con straordinaria pregnanza, il complesso rapporto che per oltre un decennio, dal 1926 alla morte, legò Luigi Pirandello all’attrice prediletta Marta Abba. Rapporto conflittuale, condizionato dalla comune e preminente vocazione artistica. Lo conferma il fitto carteggio, circa cinquecento lettere di lui, un centinaio di lei, che sembrano fare corpo unico con i testi teatrali di quegli anni: un ampio materiale che il drammaturgo e giornalista catanese Filippo Arriva ha avuto ben presente per Il Maestro e Marta, novità assoluta prodotta dal Teatro Stabile di Catania,

E dopo i successi di due spettacoli brancatiani come Gli anni perduti e La governante, anche Il Maestro e Marta conferma una squadra di sicuro prestigio, ossia Walter Pagliaro per la regia, Giovanni Carluccio per la scenografia, Alberto Verso per i costumi, Germano Mazzocchetti per le musiche. Fondamentali all’economia della messinscena sono altresì i filmati video realizzati da Luca Scarzella, suggestivamente ispirati al cinema espressionista. Accurata la scelta degli interpreti: Virginio Gazzolo è Pirandello, Mariella Lo Giudice è Antonietta, l’infelice moglie del drammaturgo, Valentina Bardi è Marta; un cast di qualità che annovera ancora Gianni Alderuccio, Giuseppe Infarinato, Serena Mazzone, Davide Sbrogiò, Pamela Toscano.
Autore di interessanti testi teatrali come Vita, miseria e dissolutezze di Micio Tempio poeta e Il caso Notarbartolo, Filippo Arriva contrappone al focoso amore di Pirandello per la moglie, la passione senile, forzatamente casta, che legò l’agrigentino all’ancor ventenne primadonna, autentici personaggi in cerca d’autore. Come tra il Padre e la Figliastra, s’instaura tra i due un legame in cui s’intrecciano affetto e repulsione, stima e risentimento. Su tutto gravita un’attrazione mai pienamente vissuta, mai consumata; proprio perché per l’uno e per l’altra ciò che più vale e appare insopprimibile è quell’essere “nati per la scena”, tanto da concepire ogni scelta e ogni atto della vita reale in funzione della virtualità del Teatro. Lui è un autore da Nobel ma ha bisogno di perdersi nell’amore insoddisfatto per la propria Musa e trarne ispirazione. Lei è una Vestale del palcoscenico, convinta che solo incitando e perfino esasperando il creatore potrà ottenere, o quanto meno affrettare, il compimento dell’opera.
Nella pièce vita e teatro si confondono in un gioco di specchi e rimandi. Pirandello è costantemente intento a mettere in scena le sue commedie, ma soprattutto a rivivere in esse la propria vita, esplicitata nella pazzia di Enrico IV, che è poi quella della moglie, nella tentazione del Padre nei Sei personaggi, nella girandola del Gioco delle parti, e ancor più in Quando si è qualcuno: qui la componente autobiografica è dolorosamente esibita nel poeta avanti negli anni al quale la giovane Veroccia rinfaccia di averla respinta. L’uomo confessa allora il “pudore d’esser vecchio e la vergogna di sentirsi il cuore ancora giovane e caldo”. Emergono altresì gli incubi di Pirandello bambino, il disperato legame con Antonietta, la sofferenza per l’assenza di Marta, sempre più lontana.
“Perciò – spiega Arriva – accanto all’epistolario vengono rievocati momenti giustamente memorabili del teatro pirandelliano, per esaltare l’autobiografia come fase suprema dell’arte”.