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Pubblicato il 23 Novembre 2007

DELITTO PERFETTO

TSA Comune di L’Aquila ATAM
Stagione Teatrale Aquilana 2007/2008
TEATRO COMUNALE DI L’AQUILA

Giovedì 29 novembre ore 21,00 turno A
Venerdì 30 novembre ore 21,00 turno B
Sabato 1 dicembre ore 16,30 turno C
Domenica 2 dicembre ore 16,30 turno D

TEATRO STABILE DI CALABRIA
DELITTO PERFETTO
di Frederick Knott
dalla commedia omonima e dalla sceneggiatura del film di Alfred Hitchcock
traduzione Masolino D’Amico
regia Geppy Gleijeses
scene e costumi Lorenzo Ghiglia
luci Luigi Ascione
musiche Matteo D’Amico
con Geppy Gleijeses, Stefano Santo Spago, Marianella Bargilli, Raffaele Pisu
e con Massimo Cimaglia

L’avvincente giallo di Alfred Hitchcock torna alle sue origini teatrali con il Teatro Stabile di Calabria che presenta “Delitto perfetto”, con Geppy Gleijeses, Stefano Santospago, Marianella Bargilli, Raffaele Pisu e Massimo Cimaglia, nell’ambito della stagione teatrale aquilana, presso il Teatro Comunale da giovedì 29 novembre, alle ore 21.00, fino a domenica 2 dicembre.

“ Delitto perfetto- ci racconta Geppy Gleijeses, protagonista e regista dello spettacolo- ti si infila nelle vene come come eroina purissima e durante il “trip” ti consente di possedere la forma chiave del sogno, l’innocente che si deve discolpare, che deve rincorre – pressato da ogni tipo di costruzione e ostacolato da ogni tipo di incidente – quella verità che lo assolverebbe agli occhi del mondo o quell’istante infinitesimale che lo farebbe uscire dall’incubo anziché precipitarlo nel gorgo del tempo che si esaurisce. Cos’è questo se non l’incubo ricorrente di ognuno di noi, un “topos” che ci insegue, certe notti, fin dalla prima infanzia. Psicanalisi pura: il contrario del “whodunit”, il giallo classico nel quale il pubblico deve seguire tutto come i personaggi. Giallo alla Agata Christie, meno interessante, in genere, sorta di puzzle mentale, di gioco di pazienza alla Sherlock Holmes che non prevede il coinvolgimento delle viscere, né favorisce la circolazione del sangue, la digestione evitando gotta, reumatismi e invecchiamento prematuro. Chiameremo questo metodo di cura “la terapia del brivido”. No, il pubblico sa tutto dal principio, mentre i personaggi non sanno nulla e l’assassino (il mandante) sa solo qualcosa. Non vi è un solo dettaglio che depisti il pubblico. Non è un “whodunit” perché il pubblico non deve scoprire l’assassino, conosce la sua identità fin dall’inizio. La suspense è creata dal fatto che il pubblico osserva i personaggi comportarsi allegramente in un’atmosfera malsana, partecipa con trasporto perché sa a quale destino vanno incontro i poveri attori. Così il pubblico gioca “ad essere Dio”. Questa è la suspense. Sorgono nella loro mente continuamente delle domande: il marito assassino si darà alla fuga? La moglie verrà giustiziata? L’amante scioglierà il rebus? L’ispettore ricomparirà per salvare l’innocente? Se la conduzione del gioco è stata da parte nostra corretta, l’adrenalina e l’intelligenza del pubblico subiranno sollecitazioni da montagne russe. Abbiamo accennato alla suspence che possiamo chiamare il “piacere della paura”: oltre al “whodunit” escludiamo il grand guignol votato a terrorizzare o nauseare anche fisicamente il pubblico e l’horror ricerca di stimoli eccessivi, degenerazione del thriller e caduta di stile. Come nasce il “piacere della paura”, il trionfo del brivido psicologico? Nasce da questo meraviglioso principio: prendiamo un proverbiale “topos” della paura, la sega circolare che si avvicina all’eroe legato e imbavagliato. Se una casalinga lo sperimentasse nella vita reale, nella sua stessa casa, sverrebbe senz’altro prima di essere segata in due parti. Al contrario a teatro o al cinema le salterebbero gli occhi fuori dalle orbite per l’eccitazione estatica. Ecco il piacere della paura. E perché prova piacere? Perché non dovrà pagarne il prezzo e lei lo sa. La sega non raggiungerà mai né il suo collo (svenimento), né quello dell’eroe (spaesamento, delusione, amarezza). Nel subconscio della casalinga spettatrice vi è la certezza che il salvataggio impossibile accadrà; la sega si romperà, mancherà la corrente elettrica per omesso pagamento della bolletta, arriveranno i nostri e fermeranno il marchingegno. TEMI E NON TEMERE: l’essenza della suspence. Temi: la sega potrebbe ucciderlo. Non temere: non lo farà. E ora la madre di tutte le distinzioni: suspence e terrore. Bomba volante e una carica di tritolo. La bomba volante produce un rumore simile a quello di un motore fuoribordo e man, mano che si avvicina si fa più sordo e incombente fino al suo arrivo: i momenti che passano da quando si sente per la prima volta il motore fino all’esplosione finale sono momenti di suspence. Una carica di tritolo non ti dà alcun preavviso. Esplode e basta. Chiunque abbia sentito esplodere una carica di tritolo e sia sopravvissuto ha conosciuto il terrore. Il terrore si ottiene per mezzo della sorpresa, la suspence per mezzo dell’avvertimento. Delitto perfetto ci spinge verso la suspence più pura e noi con gioia ci siamo inoltrati nel budello oscuro. Lo snodo esemplare della suspence è un modo di narrare, di far scaturire angoscia, di coinvolgere lo spettatore in una spirale di disagio che alla fine genera profonda solidarietà perfino per il protagonista, il nostro eroe negativo. La rincorsa della verità prima ancora di essere una esigenza morale dell’autore è un susseguirsi di linee, di spirali di piani inclinati. La suspence è progressiva per cui il primo aspetto di cui abbiamo tenuto conto è il senso del tempo, la sua scansione come avvicinamento progressivo e fatale allo scioglimento della vicenda; e dall’idea del tempo discende quella della gabbia, l’incrocio di grate invisibili che avviluppano progressivamente Margot alla ricerca di una via d’uscita per riacquistare la libertà, l’onore, il rispetto di sè stesso. La gabbia diventa lo spazio chiuso nel quale i personaggi riescono con sempre maggiore difficoltà a fuggire il proprio destino, proprio come in un inferno sartiano o nell’universo concentrazionario di Finale di partita di Beckett. Ma non può sfuggire a nessuno come il modello strutturale sia quello della tragedia classica, con tutte le conseguenze dello scioglimento e della catarsi. E facendo i conti con Shakespeare passiamo attraverso il dramma della gelosia con il soffocamento di Desdemona (ovvero lo strangolamento di Margot) ed è proprio la musica dell’Otello di Verdi che sottende tutta la scena fatale di Margot quasi agonizzante che con uno straordinario ribaltamento di piani, classico brivido del mistery, infila le sue forbici nella schiena di Lesgate. Finalmente una delle proverbiali “icy blondes” hitchcokiane si salva dalla sorte a cui è predestinata: lo strangolamento. Perché, come nel saggio rivoluzionario di Price, il più acuto sul lato oscuro del genio mai scritto negli ultimi anni, il “messaggio che ricaviamo dai suoi tipici Jack lo Squartatore è che tutte le donne sono cagne, tutte le donne sono puttane, tutte le donne – subito dopo l’atto sessuale (o il tradimento)- meritano di essere uccise”. E qui si affaccia Amleto al quale lo spettro del padre ingiunge al figlio della donna che lo ha tradito “Lasciala al Cielo”. E Tony, questo killer così ambiguo stringe un tacito patto scellerato con il suo amico rivale Max, altrettanto ambiguo, in un clima di intimità eccessiva. Secondo Price “Tony non vuole sopprimere la moglie per denaro; vuole farlo perché si tratta di una donna e gli è toccato dormire con lei così a lungo. Perché lui le odia davvero le donne”. Quello che mi ha affascinato in questo testo è la totale “amoralità” del protagonista ma anche di tutti gli altri personaggi;una delle scene più belle è quella in cui, tessendo una inesorabile tela di ragno, giocando al gatto col topo Tony rivela al compagno di università Swann che lo ha seguito ininterrottamente per un anno e Swann apprende che una persona che gli era pressocchè ignota fino a dieci minuti prima è penetrato nella sua vita come il virus di Ebola. In questo intrigo di scale alla Escher, che ho chiesto a Ghiglia di progettare, si dipana un gioco al massacro contrappuntato dai fastidiosi e civettuoli chiacchiericci borghesi alla Doris Day anni ’50 e mentre galleggia la felice famigliola inglese si annodano sciarpe per strangolare, si affilano forbici da affondare e si ingrassano corde per impiccare. Straordinario contrasto, inimitabile. Lo stile di recitazione scelto è l’understatement che tanto amava il maestro del brivido: i migliori attori sono quelli che sanno essere efficaci anche quando non fanno nulla. Gli attori che sanno recitare senza esagerazioni, con understatement sono un bene prezioso; per questo io faccio melodrammi, perché si prestano ammirevolmente all’understatement. Non avrei potuto farlo senza Stefano Santospago con cui il piacere di recitare è tale da rendere agevoli i passaggi più impervi. Nè Marianella Bargilli alla quale vorrei togliere ogni sera la sciarpa che la sta strozzando. Senza Raffaele Pisu, il cui recupero al teatro fa pensare a quanto siamo stati ciechi e idioti tutti noi a non pensarci prima e che a giovarsene è più il teatro di lui. Senza Massimo Cimaglia. Siamo pochi ma buoni”.

LA TRAMA

Tony Wendice potrebbe essere un uomo felice: ha una moglie bella e ricca, conduce una vita agiata, non deve preoccuparsi del lavoro, ma è ossessionato dai debiti della sua carriera fallita da tennista. Sa che sua moglie Margot ha una passione per l’americano Mark Halliday, ma più che la gelosia è il desiderio di ereditare la fortuna della sposa a spingerlo sulla china del delitto che, come suo costume, organizza con precisione e meticolosità.
Avvicina un vecchio compagno di college, Swan Lesgate, che sa in cattive acque, lo ricatta e lo convince a uccidere Margot. Il piano è semplice e lucido: Lesgate entrerà in casa Wendice con la sua complicità e si nasconderà dietro una tenda. Dal suo club, a un’ora precisa, Tony telefonerà a casa e Margot dovrà andare a rispondere all’apparecchio vicino alla tenda. Lesgate uscirà dal nascondiglio e la strangolerà. Le indagini, in assenza di indiziati e di movente, dovranno concludere che un ladro, sorpreso in flagrante, ha ucciso la donna.
Ma la sera fatale qualcosa non va per il giusto verso: Margot si difende e, brandendo un paio di forbici, uccide il sicario. Tony torna a casa, trova il cadavere e immagina un nuovo piano. Mette nella tasca del morto una lettera d’amore di Mark a Margot che aveva rubato tempo prima alla moglie. La polizia crederà così che la donna, ricattata da Lesgate, lo abbia ucciso per difendersi.
Le cose vanno nel modo sperato e il tribunale condanna la donna all’impiccagione. Ma…