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PIGMALIONE
Regia di Roberto Guicciardini
Con Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli,
Marco Messeri, Valeria Fabrizi

Nella struttura della commedia c’è un nodo che nella traduzione appare inestricabile. Riguarda il linguaggio di Lisa e di suo padre contrapposto al linguaggio del professore Higgins e degli altri del suo ceto. Il professore, che pure nella sua eccentricità si permette qualche divertita deroga alla convenzione secondo uno snobismo anticonformista, è capace di identificare in base a sfumature e variazioni fonetiche di vocali e consonanti il luogo di origine, addirittura il quartiere o la via del personaggio parlante. I personaggi "bassi" si esprimono in cockney, linguaggio dei bassifondi londinesi, una mescolanza di idiomi in cui "convergono elementi anglosassoni accanto alle influenze più disparate, coloniali e preanglofone" (Saba Sardi). L’uso del cockney denuncia la natura classista della lingua, le cui stratificazioni segnano le diversità fra i livelli sociali come su una scala graduata. È la barriera che inceppa l’evoluzione o l’emancipazione. Non esiste in italiano un parallelo che abbia lo stesso grado di efficacia. Per evidenziare il divario abbiamo travasato il cockney in una parlata toscana, con forti inflessioni di pronuncia. Il guaio è che da noi il dialetto – o il vernacolo come nel caso del toscano – corre in parallelo con la lingua egemone senza recidere del tutto il cordone ombelicale. Non di rado il dialetto contribuisce con travasi immediati ad arricchire la lingua stessa, ampliandone l’espressività. Quando addirittura non acquista uno statuto autonomo anche in letteratura o in testi teatrali (basta pensare a Folegno, Ruzzante, Goldoni, al Teatro napoletano o oggi, agli esperimenti di Gadda o D’Arrigo, tanto per fare qualche nome). Non è detto che da noi il dialetto sia un linguaggio subalterno, né che abbandonandolo si acceda ipso facto ad una cultura alta o che basti a schiudere le porte del mondo borghese. C’è semmai da recriminare sul dialetto disimparato, sul balbettio di una lingua ridotta a stereotipi, sul grado di trivialità raggiunto dalle tecniche di comunicazione. Ma l’origine dello sconquasso è già lì, nell’analisi impietosa di Shaw che attribuisce alle parole un dominio linguistico di classe, e farne cioè un problema di sociologia della cultura.
La soluzione adottata, col suo grado di approssimazione, ha dunque il sapore di un marchingegno, più o meno plausibile, ma comunque necessario per mettere in moto l’ingranaggio della commedia. E speriamo che la forzatura ci venga in tal senso perdonata. Rispetto alla società di inizio novecento i contrasti insiti nel vivere civile si sono acuiti e ramificati, le certezze più problematiche, oppure sommerse in un coacervo di opinioni divergenti, tutte a loro modo plausibili, nessuna in grado di prevalere nettamente. Non è solo il linguaggio ad essere usato come forma di sopraffazione ma molti altri mezzi di comunicazione esercitano un loro grado di violenza, talvolta subdola e latente, spesso esplicita, come una cappa che irretisce la naturalezza dei rapporti fra gli uomini. La comunicazione "fra classi e anime diverse" deve ancora oggi attraversare incessantemente quella barriera.
Per recuperare la virulenza della denuncia di Shaw occorre mettersi in onda con quel lontano 1913, non tanto per rappresentare il suo mondo, ma per assumerlo nella sua valenza metaforica, lasciando libero il giuoco delle associazioni e delle analogie e conferendo alla commedia un ritmo allegro e divertito. La leggerezza non smussa l’ironia, caso mai ne acuisce la funzione. Le opinioni espresse hanno il nitore di una lama e suonano spesso beffarde. Shaw le scaglia con aristocratica supponenza e quasi sempre centra il bersaglio. L’umorismo che sottende tutta la commedia rende tollerabile l’inesorabilità del giudizio. L’ironia di Shaw vibra come provocazione ideologica volta a mettere in rilievo la fatuità della classe agiata e dei suoi valori.
I rapporti fra i personaggi sono in apparenza semplici e diretti. Ma nel non detto traspaiono una serie di segnali che svelano insicurezze, ambiguità, rivalse. La serra luminosa e colorata nella quale abbiamo scenicamente ambientato la commedia è chiusa al mondo esterno, tutti vi si aggirano con le proprie idiosincrasie, come in una sorta di voliera in cui i personaggi svolazzano irretiti. Solo l’intrusione di Liza e di suo padre Doolittle, con il loro linguaggio irriverente, conferisce ai personaggi un movimento irrequieto. Lo sgangherato eloquio di Liza sarà pazientemente ricondotto al decoro borghese con l’esercizio e la persuasione. Ma tale presunzione culturale verrà messa in trappola dalla spontaneità di una umana e legittima richiesta di affermazione attraverso un ruolo attivo nella vita sociale. L’avventura della fioraia è plausibile, perché il suo carattere segue una evoluzione psicologica e, nonostante l’ambizione che la muove, attraversa indenne il trauma che il trattamento le ha inferto. C’è anche un lato inquietante. Doolittle padre è perplesso: il progetto dei due gentiluomini di fare di Liza una vera signora oberandola di lezioni e tenendola segregata nello spazio fisico del loro mondo maschile è davvero del tutto limpido? La tensione erotica o sentimentale è ovviamente taciuta e magari si svolge a loro insaputa, ma è impossibile rimanere inerti di fronte alla bellezza e alla grazia non artefatta. Si può occultare il sentimento, ma non per questo il sentimento cesserà di cercare un varco per emergere. E quando il professore tenta di esprimere una mozione degli affetti, la lingua si inceppa, come fosse vietato cadere in una espressione banalmente sentimentale. Il sentimento sembra aver corroso le certezze. Al termine il professore Higgins si aggira solo e smarrito nella sua gabbia, a cullare la propria malinconia. Evocata dalle parole registrate sul fonografo, come in un sogno, si delinea alle sue spalle la figura di Liza. Il finale resta aperto a diverse conclusioni, sconfitta o vittoria, ma è certo che qualcosa di profondamente discorde è accaduto e niente sarà come prima. Per chi conosce My fair Lady, il bellissimo film di Cukor, nella cui eleganza tuttavia si stempera un poco il senso della storia, sarà piacevolmente sorpreso di scoprire come nella commedia originale l’ironia di Shaw conserva intatta la propria causticità e come il suo appello a rapporti sociali più genuini, sfrondati dall’intrico delle convenzioni, è sempre attuale.
Roberto Guicciardini

La locandina

Regia
Roberto Guicciardini
Interpreti
Geppy Gleijeses, Marianella Bargilli,
Marco Messeri, Valeria Fabrizi

Dove e quando

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