Home / Stagioni Teatrali / 2010/2011 / LA FIGLIA DI IORIO / FABULA

LA FIGLIA DI IORIO / FABULA

TEATRO STABILE d’ABRUZZO COMUNE DI L’AQUILA
In collaborazione con ASSOCIAZIONE TEATRALE ABRUZZESE MOLISANA
Stagione Teatrale Aquilana 2010/2011

 

RIDOTTO DEL TEATRO COMUNALE
Domenica 10 aprile ore 17,30 Turno B
Domenica 10 aprile ore 21,00 Turno A
LA FIGLIA DI IORIO/FABULA
psicomachia drammatica
da Gabriele D’Annunzio, regia Claudio Di Scanno
con Susanna Costaglione, Federica Di Martino,
Raffaello Lombardi, Serena Mattace Raso,
Paola Cerimele, Marina Di Virgilio, Michele Di Conso, Anna Pieramico, Valentina Caiano, Gianluca Marcellusi
produzione TEATRO STABILE d’ABRUZZO/DRAMMATEATRO

Dopo Fedra del 2009 continuo ad occuparmi di Gabriele D’Annunzio attraverso una riscrittura de La figlia di Iorio, il suo capolavoro teatrale scaturito tra l’altro dal bisogno di rompere col dramma borghese, dalla necessità di liberarsi del concetto di verosimiglianza, per ritrovare l’arcaico, l’esemplare, il sogno, ciò che si pone fuori da ogni legge di tempo e di luogo. Una sorta di passato assoluto dove far rivivere le eterne verità dell’animo umano, le pulsioni di un mondo ideale. Protagonista ed eroe del testo non è un uomo ma una donna, in qualche modo un mito modernizzato, evoluto, che si pone come base del contrasto femminile/maschile, a generare il vero nucleo energetico della drammaturgia (come drama ergos). I personaggi, i loro stessi nomi ci proiettano fin da subito in una dimensione arcaica, che però non riconduce ad una dimensione storica, bensì ad una sorta di ambito favolistico, o meglio fabulistico, vale a dire magico, senza tempo, finanche allegorico, finanche grottesco. Una eterna sostanza umana dove ci è consentito di rintracciare una fissità dei personaggi, una loro immutabilità, personalità prive di sviluppo che disegnano tipi, tipi di una tragedia dell’arte, tutti con una loro psicologia rudimentale, espressivi di caratteri e moti dell’animo umano. A dominare l’accadimento un forte senso di fatalità. Non un Dio a sovrastare il destino degli uomini ma il Fato, tutto ciò che sta fuori del Tempo, ciò che è sempre stato e che si ripete fatalmente appunto. A dominare una cornice del senso di tragedia che pervade la scena, in cui il divino e l’umano si incontrano nel rito, sintesi di Cielo e Terra, generando una densa, cruenta, estenuante fabula drammatica, una battaglia dell’anima, una battaglia nell’anima. Una Psicomachia! Una Fabula psicomachica, sullo sfondo di una religiosità arcaica ed essenziale, tra valori e simboli tradizionali, come la Casa, la Festa, la Montagna e la Grotta. Elemento perturbante, l’amore tra i due giovani, Aligi e Mila, mina l’unità della comunità, una comunità arcaica dove non contano le singole individualità ma i legami di sangue e la loro conservazione. Di conseguenza le gerarchie e i codici di comportamento che difendono il gruppo e la comunità dalla trasgressione dei "ribelli", da chi intende affermare la propria autonomia individuale, la propria diversità. Da qui l’espulsione dal corpo sociale giacchè il "diverso", il ribelle, può agire come un virus capace di aggredire e disgregare, infettare i legami di sangue e quindi la loro conservazione. Così, a tutela del corpo sociale, della sua conservazione-coesione, va a collocarsi il "rito cruento", il sacrificio della vittima designata, il sacrificio del "diverso", perché il sacrificio ricompatta il corpo sociale, evitandone la disgregazione.
In questa mia "ri-scrittura" del testo di D’Annunzio ho voluto immettere un personaggio immaginario, La Sconosciuta, una Eleonora Duse privata della "sua" Mila di Codra e che qui vive il dramma dannunziano nella sua mente, proiezione di un desiderio al cospetto del Doppio (la vera Mila della realtà scenica) con il quale condivide l’oscurità del sacrificio.
Le trasformazioni della scena vengono sancite dalla progressiva scoperta dei luoghi dove si consumano gli accadimenti (dal cortile erboso di una casa alla grotta in montagna di nuovo alla casa), e quindi alla successione cromatica degli stessi abiti di scena che vanno dal bianco della festa al grigio delle nuvole minacciose che oscurano il cielo e quindi al nero del sacrificio e del lutto. Ed è il passaggio dalla festa al sacrificio e alla morte che qui si definisce l’idea di questa Figlia di Iorio , e cioè di uno spettacolo che è anche una riflessione sulla tradizione immutabile e, per contrasto, l’urgenza di rinnovamento che le nuove generazioni sempre e comunque ci propongono. E che spesso vivono come una istanza tragica e di profonda conflittualità. Come un doloroso naufragio dell’anima.
Claudio Di Scanno
TSA

 

 

 

La locandina

Dove e quando

Iscriviti alla newsletter