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QuestoTeatro

02-08-2016

GIORNI FELICI

GIORNI FELICE é  in scena fino al 4 agosto alle ore 21,30 a Popoli, nell'ex birrificio Heineken.

GIORNI FELICI è la nuova produzione del Teatro Stabile d'Abruzzo in coproduzione con Drammateatro HAPPY DAYS di Samuel Beckett con Susanna Costaglione e con Marco Di Blasio, costumi, scene e accessori di scena, Gianni Colangelo, Dario Marcheggiani, segreteria di produzione Teresa Di Viesti regia Claudio Di Scanno

L'idea di Happy Days (Giorni felici) risale al 1956, la stesura definitiva del testo Samuel Beckett la realizza solo quattro anni più tardi, nel 1960, dopo soli otto mesi di lavoro. Per alcuni storici l'imput alla stesura dell'opera è da rintracciare nel matrimonio nel frattempo sopraggiunto con la moglie Suzanne. Protagonista è una figura femminile, Winnie, fissata in un "non-tempo" nella sua perpetua condizione di sprofondamento lento ed inesorabile nella collinetta di sabbia. Accanto a lei è l'altra figura del testo, Willie, suo marito, che vegeta in un buco nel terreno. Alla condizione fisica di degradazione fa da vivo contrasto il brillantissimo e lungo monologo di Winnie, vispo quanto disperato tentativo di rimanere attaccata alla vita. Ed è proprio questo il tema centrale dell'opera di Beckett: la felicità di Zinnie è un inno all'attaccamento alla vita, di cui è letteralmente felice. Il suo giorno, che trascorre tra l'assordante campanello del risveglio e l'altrettanto assordante campanello del sonno, è un giorno felice, soprattutto illusoriamente riconquistato attraverso la costrizione meccanica alla ripetizione. Una coazione a ripetere che fissa parole, pensieri, gesti e segni già determinati dalla vita vissuta, a suo tempo vissuta. E quando per l'ennesima volta il campanello del sonno porta la pietà della tenebra sulla sua esistenza larvale, lei saluta il giorno felice appena trascorso con una canzoncina dalla allegra aria di operetta. Così, sulle allegre note, Winnie (e con lei Willie) altro non lascia di sé che il segno di una immagine riflessa ed evanescente, illusoria e speculare, e che ci coinvolge nel gioco di rispecchiamenti .
"La messa in scena - spiega Claudio Di Scanno - prevede una scenografia che richiami ad un pozzo scavato nella terra, una collinetta di terra. Un
dispositivo meccanico farà nel primo atto apparire Winnie dal fondo della collinetta dove era sprofondata, per poi
elevarla verso l'alto in un richiamo meccanico alla luce, per figurarne l'attaccamento profondo alla vita e alla sua
spiritualità. Nel secondo atto la dinamica sarà perfettamente inversa e Winnie, svolta la sua missione scenica, verrà
nuovamente risucchiata nelle viscere della terra. Lasciando nello spettatore la sensazione di aver assistito ad un ultimo scampolo di esistenza, che è la stessa "missione scenica" di Winnie e di Willie, destinata a consumarsi nel groviglio dei frammenti di memoria cui ci si aggrappa, nel tempo che il destino inesorabilmente concede. Per vivere un ultimo scampolo di Attesa (tema forte della drammaturgia di Beckett) prima di sparire nuovamente nel Nulla beckettiano, altro segno drammaturgico centrale che molto bene esprime il senso più profondo di Happy Days.
Realizzo uno spettacolo dai forti connotati di "meccanicità" tesi a definire drammaturgicamente la poetica di Beckett, al filtro di una forte caratterizzazione del senso del disfacimento dell'individuo, privato di ogni possibilità di scelta e di controllo. Così, anche le due figure del testo, Winnie e Willie, altro non sono che interpreti dell'automatismo "attaccamento alla vita/inesorabilità della morte" cui contribuiscono, a ribadire l'eterna collisione con il vuoto infinito cui il destino di ogni esistenza si richiama".


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